LA CITTA' PENSIEROSA

L'Odissea di Nolan

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                                                                                                                                                                                                                  Di Viviana Vigneri

Film intenso e coinvolgente.

Dell’eroe multiforme Nolan mette in luce più il pathos che la sua sete di conoscenza.

Così, lo stesso nostos, il ritorno, diventa per l’eroe nostalgia di una parte di sé, della propria coscienza che non potrà più tornare ad essere integra come prima della disfatta di Troia di cui egli porta il peso per via dell’inganno del cavallo che solo il suo eccezionale ingegno avrebbe potuto escogitare.

Ulisse di Nolan tarda a tornare ad Itaca perché, prima di rivedere la moglie e il figlio, ha bisogno di attraversare pienamente la propria sofferenza, di espiare le colpe determinate da quel suo stratagemma di cui forse non aveva previsto le conseguenze: la distruzione di un’intera civiltà, la morte di civili, donne e bambini, un atto di hybris che fa piangere la stessa Atena, da sempre sua alleata.

Qui Ulisse non è solo il reduce di una guerra estenuante e crudele, ma è l’individuo dotato di un’intelligenza eccezionale che paga il prezzo di una decisione necessaria per la vittoria degli Achei, ma fatale per la propria coscienza.

Con Nolan, come con Kavafis, i Lestrigoni, il Ciclope e Poseidone “incollerito” non sono altro che proiezioni della coscienza di Ulisse che “li reca dentro”, nel suo cuore e solo dopo aver combattuto contro i propri demoni potrà tornare a casa, solo allora potrà ricominciare a lottare per “riprendersi tutto”, come egli stesso dice nel film.

Ci manca un po’ l’altra metà di Ulisse, l’eroe che vaga per porti sconosciuti, alla ricerca di “voluttuosi aromi”,[1] che conosce Circe anche nell’eros, in una dialettica amorosa tale da poter essere inserita in un manuale di educazione sentimentale per le scuole, manca la sua capacità persuasiva, evidente nell’incontro con Nausicaa, passo totalmente espunto dal film.

La stessa Circe non ha nulla della maga seducente che conosciamo, ma la metamorfosi cui sottopone i compagni di Ulisse è resa in modo talmente vivido e ripugnante che non ammette fascino né bellezza divina. Allo stesso modo, quei compagni maiali non sono altro che l’immagine di quella stessa brutalità che li contraddistingue dall’inizio alla fine, quando si macchiano del sacrilegio di mangiare i buoi sacri al Sole, atto già enunciato, a discolpa di Ulisse, nel proemio dell’Odissea.

Tuttavia, non si poteva in un unico film e con la stessa profondità mettere in evidenza tutte le caratteristiche di un eroe così poliedrico, bisognava scegliere quale messaggio affidare al pubblico e Nolan ha preferito quello più attuale: un messaggio di pace e di umanità contro gli orrori della guerra.

Condivisibile è anche la scelta di non dare la parola a Polifemo, il linguaggio è sinonimo di civiltà, il Ciclope è invece una macchina di morte antropofaga che divora l’uomo per automatismo, senza interrogarsi sui propri atti; sul piano paradigmatico viene da pensare alle immagini che l’attualità ci riporta in tal senso.

Lascia perplessi Atena, non c’è traccia dello sguardo magnetico della dea omerica, della chiaroveggenza dei suoi occhi da civetta che dissipano le incertezze. Qui la divinità è lontana e Atena non è la dea dell’ingegno che adora il suo eroe e lo protegge, ma una ragazza che piange con lui e lo accompagna nel suo riscatto interiore. Interpretazione d’impatto per il pubblico e in linea con il pathos dell’eroe, ma non del tutto convincente, perché la divinità, qui completamente eliminata, più che essere intesa come una sovrastruttura che decide al posto dell’uomo, può essere percepita come una proiezione delle sue stesse qualità. Atena nell’Odissea è l’immagine antropomorfa di quella lucidità che anima la resilienza di Ulisse, così come nell’Iliade è la proiezione della coscienza di Achille, è quella frazione di razionalità che impedisce all’eroe di macchiarsi dell’omicidio di Agamennone.

Appagante per il pubblico, ma fantasioso, è il finale che vede i due coniugi partire per mare in bocca al tramonto, alla volta di nuove terre, mentre il trono è affidato a Telemaco. Diversamente, nel poema, l’eroe annuncia alla moglie una nuova partenza e sfide ancora più difficili, perché l’indole di Ulisse è quella dell’individuo che si mette continuamente alla prova, è quella di un ingegno che ha bisogno di varcare limiti prima considerati invalicabili, di superare le colonne d’Ercole di cui parla Dante, quelle colonne che ognuno di noi si prefigge di oltrepassare, ciascuno a suo modo.

Eccezionale è in ogni caso il merito di Nolan, per aver riempito le sale cinematografiche di ragazzi e adulti intorno a un poema intramontabile, antico e sempre nuovo, capace di parlare al cuore di ciascuno di noi e di rispondere ancora alle nostre domande esistenziali.

 

 

[1] Le citazioni, tranne quella espressamente riferita al film, sono tratte dalla poesia “Itaca” di Kavafis.